La responsabilità per i detriti spaziali
24/08/2026
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La responsabilità per i detriti spaziali è disciplinata da un sistema di trattati internazionali che impone obblighi di identificazione, recupero e risarcimento. Quando un oggetto spaziale provoca danni sulla superficie terrestre, lo Stato di lancio può essere chiamato a risponderne secondo un regime di responsabilità assoluta. L'aumento delle attività spaziali e degli operatori privati rende sempre più centrale la corretta registrazione degli oggetti e apre nuove sfide giuridiche per imprese, assicurazioni e professionisti del diritto.
La responsabilità per i detriti spaziali
Satelliti fuori uso, parti di razzi, frammenti prodotti da collisioni, componenti di veicoli spaziali. Sopra le nostre teste orbita una quantità sempre maggiore di oggetti costruiti dall’uomo che hanno terminato la loro funzione.
Ma cosa accade quando uno di questi oggetti torna sulla Terra? E soprattutto: chi risponde se un detrito spaziale provoca danni a persone o cose?
La domanda potrebbe sembrare materia da fantascienza. In realtà, è già una questione concreta di diritto internazionale.
Una discarica sopra le nostre teste
Con l’espressione space debris, o detriti spaziali, si indicano gli oggetti artificiali presenti nello spazio che non svolgono più alcuna funzione: satelliti dismessi, stadi di razzi ormai inutilizzati, frammenti derivanti da collisioni o disintegrazioni e persino minuscole particelle di vernice
Secondo le stime riportate dall’Agenzia Spaziale Europea, intorno alla Terra si troverebbero circa 2.860 satelliti non più operativi, oltre 54.000 oggetti di dimensioni superiori ai 10 centimetri, circa 1,2 milioni di frammenti compresi tra 1 e 10 centimetri e addirittura 140 milioni di particelle comprese tra un millimetro e un centimetro.
Numeri destinati ad assumere crescente rilevanza considerando l’intensificarsi delle attività spaziali: nel solo 2024 sono stati registrati 261 lanci e 2.437 satelliti.
Quello che sale, prima o poi, può tornare giù
Gli oggetti che si trovano nell’orbita terrestre bassa perdono progressivamente quota per effetto dell’attrito atmosferico fino a rientrare nell’atmosfera.
Gli oggetti più piccoli normalmente si disintegrano per effetto delle elevatissime temperature sviluppate durante il rientro. Parti di maggiori dimensioni, tuttavia, possono sopravvivere e raggiungere la superficie terrestre.
Ed è proprio qui che il problema da scientifico diventa anche giuridico.
Negli ultimi anni non sono mancati episodi concreti. Nel dicembre 2024 un anello del peso di circa 500 chilogrammi e del diametro di 2,5 metri è precipitato nel villaggio di Mukuku, in Kenya. Nel febbraio 2025 frammenti del secondo stadio di un razzo hanno raggiunto un villaggio in Polonia. Altri detriti sono stati rinvenuti in Canada, Australia, Giappone, Indonesia, Malaysia e India.
Nell’aprile e maggio 2022, alcuni frammenti rientrati sopra gli Stati indiani del Maharashtra e del Gujarat provocarono persino la morte di un animale da allevamento.
Il diritto dello spazio non è uno spazio senza diritto
Il rientro incontrollato di un oggetto spaziale non avviene in un vuoto normativo.
Esiste da decenni un sistema di diritto internazionale dello spazio costruito attorno ad alcuni trattati fondamentali: l’Outer Space Treaty, l’Agreement on the Rescue of Astronauts, the Return of Astronauts and the Return of Objects Launched into Outer Space del 1968, la Convention on Registration of Objects Launched into Outer Space del 1976 e, soprattutto sul piano della responsabilità, la Convention on International Liability for Damage Caused by Space Objects del 1972.
Queste convenzioni delineano obblighi e responsabilità tanto dello Stato interessato dalla caduta quanto dello Stato di lancio.
Ma come funziona concretamente il sistema?
Primo problema: capire cosa è caduto
Il primo passaggio è apparentemente semplice: identificare l’oggetto.
Non sempre, però, un frammento precipitato sulla Terra consente di stabilire immediatamente da quale satellite o razzo provenga.
Un ruolo centrale è svolto dall’United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA), che, per conto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, mantiene il Registro degli oggetti lanciati nello spazio extra-atmosferico.
Le informazioni relative ai lanci, alle orbite, ai rientri programmati e ai cambiamenti di proprietà possono consentire di ricostruire la provenienza dell’oggetto.
Quando uno Stato non riesce autonomamente a identificarlo, può inoltre essere attivata la cooperazione con Stati dotati di sistemi di monitoraggio e tracciamento e con esperti internazionali.
Trovato il detrito, occorre avvisare.
L’identificazione è soltanto il primo passaggio.
L’articolo 5, paragrafo 1, del Rescue Agreement del 1968 prevede per gli Stati aderenti l’obbligo di informare il Segretario Generale delle Nazioni Unite quando viene rinvenuto un oggetto spaziale nel proprio territorio o in un territorio non sottoposto alla giurisdizione di un altro Stato.
La comunicazione può essere effettuata attraverso una Nota Verbale trasmessa dalla Missione permanente presso le Nazioni Unite e dovrebbe contenere tutte le informazioni disponibili sulla natura, sulla posizione e sulla possibile origine dell’oggetto.
Parallelamente deve essere informato anche lo Stato di lancio. UNOOSA può agevolare il contatto diplomatico tra lo Stato interessato e il possibile Stato di lancio o di registrazione.
Posso tenere in salotto il pezzo di satellite?
La risposta, almeno dal punto di vista del diritto internazionale, è meno semplice di quanto possa sembrare.
Il fatto che un oggetto spaziale sia precipitato nel territorio di uno Stato non significa infatti che possa essere trattato come un normale oggetto abbandonato.
Su richiesta dell’autorità di lancio, lo Stato deve adottare, quando possibile, le misure necessarie per recuperarlo. Qualora ne venga richiesta la restituzione, l’oggetto deve essere riconsegnato o comunque messo a disposizione dei rappresentanti dell’autorità di lancio, previa comunicazione dei dati necessari alla sua identificazione.
Esiste poi un ulteriore problema: la sicurezza.
Un componente spaziale potrebbe contenere sostanze o materiali pericolosi. Qualora lo Stato sul cui territorio è stato rinvenuto ritenga che l’oggetto presenti rischi o abbia natura nociva, può informare l’autorità di lancio, alla quale spetta adottare immediatamente misure efficaci per eliminare il pericolo, sotto la direzione e il controllo dello Stato interessato.
E le spese?
Il Rescue Agreement stabilisce che i costi sostenuti per adempiere agli obblighi di recupero e restituzione dell’oggetto o delle sue componenti siano a carico dell’autorità di lancio.
E se il detrito provoca un danno?
È probabilmente questo il profilo giuridicamente più interessante.
La Liability Convention del 1972 costruisce infatti un particolare regime di responsabilità internazionale.
Quando un oggetto spaziale causa un danno sulla superficie terrestre o a un aeromobile in volo, l’articolo II della Convenzione pone a carico dello Stato di lancio una forma di responsabilità assoluta.
In altri termini, il sistema mira a proteggere lo Stato che subisce le conseguenze di un’attività spaziale riconducibile ad un altro Stato, senza costruire la responsabilità secondo i tradizionali parametri della colpa.
Se dalla caduta del detrito deriva un danno, lo Stato interessato può quindi valutare la presentazione di una richiesta di risarcimento secondo il meccanismo previsto dalla Convenzione.
Il documento richiama inoltre un termine di un anno per la presentazione della domanda di risarcimento, mentre la gestione della controversia avviene normalmente sul piano bilaterale, quindi nei rapporti tra Stati.
Dal proprietario del satellite allo “Stato di lancio”
C’è un aspetto particolarmente interessante per il giurista.
Il diritto internazionale dello spazio non guarda semplicemente a chi materialmente possiede il satellite o il razzo. Il sistema della responsabilità ruota attorno alla nozione di launching State, lo Stato di lancio.
È una scelta coerente con un ordinamento nato quando le attività spaziali erano essenzialmente attività statali.
Oggi lo scenario è profondamente cambiato.
L’accesso allo spazio coinvolge sempre più operatori privati, società commerciali, costellazioni satellitari e attività economiche transnazionali. Aumentano gli oggetti in orbita e, inevitabilmente, aumentano anche quelli destinati prima o poi a rientrare nell’atmosfera.
La capacità di identificare e registrare correttamente gli oggetti spaziali diventa quindi una componente essenziale non soltanto della sicurezza, ma anche della futura gestione delle responsabilità.
Quando il cielo cade, il diritto deve sapere dove guardare
Il fenomeno dei detriti spaziali rappresenta bene una delle trasformazioni più interessanti del diritto contemporaneo.
Un’attività che fino a pochi decenni fa apparteneva quasi esclusivamente alla geopolitica e alla ricerca scientifica sta progressivamente entrando nella quotidianità economica e, con essa, nel mondo della responsabilità e delle controversie.
Il Registro delle Nazioni Unite, la cooperazione tra Stati, l’identificazione dei frammenti, gli obblighi di recupero e restituzione e il regime della Liability Convention costituiscono già oggi gli strumenti attraverso i quali affrontare queste situazioni.
UNOOSA svolge, in questo sistema, una funzione di raccordo particolarmente significativa: mantiene il Registro internazionale, facilita l’identificazione degli oggetti, favorisce il coordinamento diplomatico tra Stati e fornisce assistenza sul diritto internazionale dello spazio.
Resta una domanda più ampia.
Un sistema internazionale costruito negli anni Sessanta e Settanta, quando andare nello spazio era prerogativa di pochissimi Stati, sarà ancora sufficiente nell’epoca delle costellazioni satellitari, degli operatori privati e della progressiva commercializzazione dello spazio?
Perché, se è vero che ciò che sale prima o poi può tornare sulla Terra, occorre anche sapere chi dovrà risponderne quando tornerà giù.
Una nuova frontiera anche per l’avvocato
In questo scenario anche il ruolo dell’avvocato è destinato ad evolvere. Lo space law non riguarda più soltanto i rapporti diplomatici tra Stati o le grandi organizzazioni internazionali, ma incrocia progressivamente il diritto delle imprese, la responsabilità civile, le assicurazioni, i contratti, la proprietà intellettuale e la gestione delle controversie.
Quando un oggetto spaziale provoca un danno, infatti, dietro al rapporto internazionale tra lo Stato danneggiato e lo Stato di lancio possono emergere una pluralità di rapporti giuridici: quelli tra operatori privati e autorità pubbliche, tra proprietari e gestori del satellite, tra produttori e fornitori di componenti, nonché quelli con assicuratori e soggetti che abbiano concretamente subito un pregiudizio.
Per l’avvocato si apre quindi uno spazio professionale che richiede competenze necessariamente interdisciplinari: occorre saper leggere insieme diritto internazionale, normativa nazionale, contrattualistica, responsabilità, assicurazioni e strumenti di risoluzione delle controversie, comprendendo al tempo stesso una realtà tecnologica in continua evoluzione.
E proprio la dimensione transnazionale delle attività spaziali potrebbe rendere sempre più rilevante anche il ricorso a negoziazione, mediazione e arbitrato, soprattutto nelle controversie commerciali tra operatori privati, nelle quali la specializzazione tecnica, la neutralità del foro e la possibilità di individuare regole procedurali flessibili possono rappresentare un valore significativo.
Lo space lawyer, dunque, potrebbe non essere più una figura professionale confinata ad una nicchia particolarmente specialistica. Come è già accaduto per il diritto dell’informatica e, più recentemente, per quello dell’intelligenza artificiale, l’evoluzione tecnologica può trasformare rapidamente una materia apparentemente lontana in un nuovo settore dell’attività legale.
Perché quando un pezzo di satellite attraversa l’atmosfera e cade sulla Terra, non precipita soltanto un oggetto: atterra anche un problema giuridico. E qualcuno dovrà essere pronto ad affrontarlo.