Pagamenti della PA agli avvocati: controlli fiscali e presunzione di inaffidabilità

di Angelo Cugini

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Dal 15 giugno 2026 i compensi professionali verso la Pubblica Amministrazione saranno soggetti a controlli fiscali preventivi, con possibile pagamento diretto all’Agenzia delle Entrate in caso di debiti. La misura rafforza la riscossione ma crea criticità per i professionisti, introducendo disparità rispetto ad altri creditori e rischi per la certezza del pagamento e l’equilibrio dell’attività professionale.

Dal prossimo 15 giugno entrerà in vigore una nuova disciplina destinata a incidere profondamente sui rapporti economici tra professionisti e Pubblica Amministrazione.

In forza dell'art. 48-bis, comma 1-ter, del D.P.R. n. 602/1973, introdotto dalla Legge di Bilancio 2026, le amministrazioni pubbliche e le società interamente partecipate dovranno verificare, prima di effettuare il pagamento di compensi professionali, l'eventuale esistenza di debiti fiscali iscritti a ruolo e scaduti in capo al professionista. In presenza dei presupposti previsti dalla legge, il pagamento non sarà più eseguito in favore del creditore, ma direttamente all'Agenzia delle Entrate-Riscossione fino a concorrenza del debito fiscale esistente.

La disposizione trova applicazione anche con riferimento a prestazioni professionali già eseguite e fatture già emesse, purché il pagamento avvenga dopo il 15 giugno 2026. Si tratta di un elemento che ha suscitato immediate perplessità tra le associazioni di categoria, poiché incide su crediti professionali già maturati e consolidati.

L'obiettivo perseguito dal legislatore è evidente: rafforzare la riscossione dei tributi utilizzando i crediti vantati dai professionisti nei confronti della Pubblica Amministrazione come strumento di recupero delle somme dovute all'Erario.

La finalità è certamente legittima. Meno convincente appare, invece, la scelta dei destinatari.

Ancora una volta il professionista viene individuato come soggetto meritevole di un regime speciale di controllo. Non il contribuente in generale. Non tutti i creditori della Pubblica Amministrazione. Ma esclusivamente chi esercita una professione.

La conseguenza è l'introduzione di una disciplina che crea una evidente disparità di trattamento rispetto alle imprese e agli altri operatori economici che intrattengono rapporti con la Pubblica Amministrazione. Una disparità che la stessa Confcommercio Professioni ha definito incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza.

La scelta appare ancor più discutibile se si considera che gli avvocati e, più in generale, i professionisti rappresentano una delle categorie maggiormente sottoposte a controlli.

Fatturazione elettronica obbligatoria, tracciabilità dei pagamenti, obblighi antiriciclaggio, controlli previdenziali, verifiche fiscali e doveri deontologici rendono l'attività professionale una delle più trasparenti dell'intero sistema economico.

Eppure il legislatore continua a intervenire come se fosse necessario introdurre ulteriori presidi per garantire l'adempimento fiscale.

L'impressione è quella di una progressiva trasformazione del credito professionale in una sorta di garanzia privilegiata per l'Erario.

Il problema non è soltanto economico.

Per gli avvocati la questione assume anche una dimensione costituzionale. Il compenso professionale non rappresenta soltanto il corrispettivo di una prestazione, ma costituisce la risorsa necessaria per garantire l'organizzazione dello studio, il pagamento dei collaboratori e, soprattutto, l'effettività della funzione difensiva.

Non a caso, tra le critiche formulate dalle organizzazioni rappresentative delle professioni vi è anche il possibile pregiudizio al diritto di difesa, che rischia di essere indirettamente compromesso da una disciplina che rende più difficile e incerto il pagamento delle prestazioni professionali rese nei confronti delle amministrazioni pubbliche.

Vi è poi un ulteriore elemento che merita attenzione.

La norma opera soltanto quando il debito fiscale complessivo e scaduto raggiunge almeno 5.000 euro. Al di sotto di tale soglia il pagamento deve essere effettuato integralmente al professionista. Lo stesso professionista, inoltre, può evitare gli effetti della compensazione procedendo alla rateizzazione del debito, ottenendo la sospensione della riscossione oppure riducendo il debito residuo sotto la soglia prevista dalla legge.

Ciò conferma come la disposizione finisca per trasferire sul professionista ulteriori oneri amministrativi e verifiche preventive che diventano indispensabili per evitare spiacevoli sorprese al momento dell'incasso. La stessa Confcommercio Professioni invita gli iscritti a verificare periodicamente la propria posizione presso l'Agenzia delle Entrate-Riscossione attraverso SPID o Carta d'Identità Elettronica.

La domanda di fondo resta tuttavia irrisolta.

È davvero ragionevole che chi presta attività professionale in favore dello Stato debba subire un controllo ulteriore per ottenere il pagamento di un credito già maturato?

In un ordinamento che dichiara di perseguire la semplificazione amministrativa e la valorizzazione delle professioni, la risposta dovrebbe essere negativa.

La lotta all'evasione fiscale è un obiettivo che tutti condividono. Ma non può tradursi nell'ennesima misura che individua nei professionisti il bersaglio privilegiato di controlli, limitazioni e presunzioni di inaffidabilità.

Il rischio è che, dietro l'esigenza di recuperare risorse per l'Erario, si consolidi una pericolosa cultura del sospetto verso categorie che, al contrario, rappresentano uno dei principali presidi di legalità e tutela dei diritti nel nostro Paese.

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