Legal design e intelligenza artificiale nella redazione degli atti. La semplificazione espositiva come scelta dell'avvocato

di Andrea Rinaldo

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I sistemi di intelligenza artificiale generativa propongono testi costruiti per via statistica. Possono riassumere, ma non semplificano. La semplificazione, nei testi giuridici, è una scelta espositiva dell'Avvocato, che presuppone quella interpretativa, tende alla chiarezza, rientra nella sua responsabilità e viene attuata dal professionista secondo un'accurata forma espositiva, anche attraverso l'ausilio dello strumento. Il legal design diviene così il metodo di questa scelta, destinata in ultima analisi tanto a chiarire l'esposizione, quanto a persuadere, con il proprio limite nel margine di indeterminatezza della forma, in cui si esercita il mestiere dell'interprete.

Semplificazione e sintesi nella scrittura assistita dall'intelligenza artificiale

I sistemi di intelligenza artificiale operano su regolarità statistiche e producono il testo più probabile, non quello più adatto al caso e a chi lo leggerà. Per usare un’immagine nota, il pappagallo stocastico ripete ciò che è probabile, a prescindere dalla sua idoneità al caso in esame; ripetere, dunque, non è semplificare. Lo stesso vale per la sintesi, perché riassumere significa ridurre la lunghezza conservando il contenuto, mentre semplificare significa scegliere che cosa dire, in quale ordine e con quali parole, in funzione di chi leggerà e del caso. Del resto, lo strumento generativo propone formulazioni automatiche e uniformi, che l'avvocato deve rifinire, perché tra tutte le sue scelte compie anche quella espositiva.

Legal Design e semplificazione come scelta espositiva dell'avvocato

Prima ancora della scelta espositiva, vi è quella interpretativa, che prevale su di essa. L'avvocato ricava dalla disposizione la norma applicabile al caso concreto e solo dopo sceglie come esprimerla nell'atto. La semplificazione appartiene a questa seconda scelta: è un modo di esporre una lettura già compiuta, non di compierla. Semplificare è difficile, perché è difficile scrivere in modo chiaro, ma non complica l'esposizione dell'interpretazione quando è fatto sapientemente dallo scrittore. Al contrario, consente una lettura migliore e tende alla persuasione. Ed è qui che i sistemi di IA possono tornare utili, come strumenti che offrono all'avvocato formulazioni espositive da valutare e rifinire, dopo che la scelta interpretativa è stata già compiuta.

L'esposizione non è però neutra. Anche istruire il sistema di intelligenza artificiale sul percorso da seguire è un atto giuridico prima ancora che redazionale, perché la struttura dell'atto è già interpretazione. Ed ecco che il legal design diviene il metodo di questa scelta espositiva, e rientra nella responsabilità dell'avvocato anche quando questi si serve dell'intelligenza artificiale per attuarla.

Secondo quanto affermato da  Hagan, nel suo testo Legal Design as a Thing, in Design Issues, il legal design unisce l'attenzione giuridica alle complessità astratte, cioè ai diritti, ai rischi e alle regole, con l'attenzione all'esperienza concreta di chi legge. Tra i criteri di valutazione che indica, centrale è l'usabilità, valutata anche sulla capacità delle persone di comprendere e di agire nel sistema giuridico, mentre non vi figura la brevità.

I sistemi di intelligenza artificiale diventano in quest’ottica un mezzo per affinare una scelta già guidata dall’interpretazione, che resta libera e in definitiva di persuasione, perché orienta il modo in cui il giudice, la controparte o il cliente leggeranno l’atto. Nell'avvocato, l'attenzione all'esperienza di chi legge si traduce in un sapere pratico, maturato anche attraverso l'esame e l'interpretazione delle necessità degli utenti finali dell'atto. È un sapere che serve perché ogni norma può essere detta con parole diverse, ma non senza perdite, e decidere quali siano accettabili è un giudizio di esperienza. Quel giudizio varia con il destinatario, ed è l'esperienza dell'avvocato a permettere di pesarlo caso per caso. Ne derivano registri diversi. Nell'ambiente accademico prevale quello del fine filosofo. Nell'ambito processuale prevale quello dell'interprete, che legge con sapienza la norma e la adatta al caso, rivolgendosi a un pubblico dotato delle stesse capacità interpretative.

Quando destinatario del prodotto giuridico è chi (potenzialmente) non ha alcuna nozione giuridica, la semplificazione tende ad attenuare il rigore semantico, ma non può lasciare ambiguità, perché lo scopo è che il destinatario comprenda quanto l'atto indica. Il legal design è il metodo con cui questi registri si tengono insieme. A ciò si aggiunga che la scelta espositiva deve ora tenere conto anche dell'interpretabilità da parte delle macchine e dei sistemi di IA, perché oggi non si sa più se il testo sarà letto prima dalla macchina che dall'uomo.

Leggibilità dell'atto giudiziario per il lettore umano e per il sistema automatico

La scelta espositiva adottata in un atto giudiziario si rivolge oggi a due lettori. Il primo è umano e trae vantaggio da un atto chiaro e ordinato. Il secondo è automatico, perché i documenti sono sempre più spesso letti e sintetizzati da sistemi di IA, e una struttura esplicita riduce l'ambiguità del testo per questi sistemi. Il legislatore europeo del resto ha già considerato il lettore macchina, in un ambito diverso dal processo, dato che l'art. 12, paragrafo 7, del regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) prevede che le informazioni sul trattamento dei dati possano essere fornite con icone standardizzate e che, se presentate elettronicamente, "le icone sono leggibili da dispositivo automatico". La stessa struttura esplicita serve entrambi i lettori.

Nell'atto giudiziario risultano utili titoli informativi e la distinzione tra fatti, qualificazione e domande, oltre a un linguaggio semplice, in linea con la preferenza del legislatore per la chiarezza, che si ritrova, in ambiti diversi dal processo, nell'art. 12, paragrafo 1, del GDPR, che richiede informazioni "in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro", e nell'art. 13, comma 2, della l. 23 settembre 2025, n. 132, secondo cui le informazioni sui sistemi di IA utilizzati dal professionista sono comunicate al cliente "con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo". La semplificazione ha però un limite intrinseco.

Secondo Moro, nel libro Diritto ibrido, la traduzione di un testo in una sua rappresentazione può distorcere il contenuto giuridico, e la semplificazione risultare soltanto apparente. Il rischio riguarda sia il lettore umano sia il sistema automatico, che possono ricevere un testo o una sintesi diversi da ciò che dispone la norma. Per questo ciò che la semplificazione produce va sempre verificato.

Verifica del testo semplificato e riconducibilità alla norma

La verifica valida il prodotto del legal design nella misura in cui questo è compatibile con la disposizione di partenza. Ogni affermazione semplificata deve poter essere ricondotta a una disposizione letta nel testo vigente e alla norma che l'avvocato ne ha ricavato, perché è la semplificazione a dover corrispondere alla norma, e non la norma a doversi adattare alla semplificazione. La verifica ha qui una duplice funzione. Da un lato accerta la compatibilità del prodotto con la disposizione, perché la semplificazione, come il cartello stradale, deve sempre essere interpretata secondo la disciplina del codice della strada e del relativo regolamento, altrimenti fallisce. Dall'altro accerta l'efficacia del prodotto, perché il legal design rende effettivo il diritto solo se il destinatario capisce quanto l'atto indica e può agire di conseguenza, e così la norma trova applicazione nei confronti di chi è chiamato a osservarla.

Responsabilità dell'avvocato e giurisprudenza recente su allucinazioni e mancata verifica

L'uso dell'intelligenza artificiale nella redazione dell'atto non è di per sé vietato, ma la responsabilità del testo resta dell'avvocato, perché la scelta di come esporre la propria lettura della norma è sua. Lo conferma l'art. 13, comma 1, della l. n. 132/2025, che limita l'uso dell'intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali alle "attività strumentali e di supporto all'attività professionale", con "prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione d'opera".

Per il giudice, l'art. 15, comma 1, riserva sempre al magistrato "ogni decisione sull'interpretazione e sull'applicazione della legge". A ciò si aggiungono i doveri previsti dal codice deontologico forense, cioè il dovere di competenza (art. 14) e quello di curare "costantemente la preparazione professionale" (art. 15). La giurisprudenza recente mostra che cosa accade quando il controllo dell'avvocato sul testo viene meno. Nei casi noti, tuttavia, a essere rilevata e talvolta sanzionata non è stata la lettura della norma proposta dal professionista, ma l'invenzione di precedenti inesistenti e la mancata verifica del testo prodotto dalla macchina, come se il lavoro intellettuale potesse esserle interamente affidato. L'invenzione di un precedente non è persuasione fondata sulla lettura della norma, ma induzione in errore di chi legge.

La Corte di cassazione (Cass. pen., sez. III, 22 giugno 2026, n. 23006) ha dichiarato inammissibile un ricorso che richiamava, con principi virgolettati, precedenti non riferibili alle sentenze indicate, ritenuti frutto di "evidente fenomeno di allucinazione informatica", "probabilmente dovuta all'impiego di sistemi di intelligenza artificiale". Pur avendo il ricorso altre ragioni di inammissibilità, la Corte ha precisato che l'uso di strumenti di IA "non vale di per sé a escludere la colpa", perché il professionista che sottoscrive l'atto "conserva integralmente il controllo dell'atto e la responsabilità della sua conformità ai canoni di verità, pertinenza e specificità", e ha condannato il ricorrente a cinquemila euro in favore della Cassa delle ammende. Nella stessa direzione la Corte d'appello di Bologna (sez. I civ., 12 maggio 2026, n. 1352) ha rilevato che due pronunce della Cassazione, poste a fondamento dei motivi, erano "inesistenti nei termini indicati", e che il difensore aveva riconosciuto in udienza di avere redatto l'atto con l'IA.

La Corte ha ritenuto "necessario che non venga trascurata la dovuta supervisione e verifica umana dell'output", e ha applicato l'art. 96, commi 3 e 4, c.p.c. La questione riguarda anche il giudice. La Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo (sez. 11, 17 febbraio 2026, n. 981) reca nella motivazione la frase "pronto per essere inserito in sentenza". La nota di redazione alla pubblicazione (La Nuova Procedura Civile, n. 2/2026) ritiene la sentenza rilevante non per l'uso dell'IA da parte del magistrato, che entro certi parametri è legittimo ai sensi della l. n. 132/2025, ma perché quella frase, rimasta nel provvedimento, ne dimostra la mancata rilettura e rende verosimile un uso dell'IA senza controllo finale.

La scrittura dell'atto e gli strumenti del giudice

Ciò premesso, l'intelligenza artificiale è destinata a diventare uno strumento di normale adozione nella redazione degli atti, come è accaduto per altri strumenti della professione. Un tempo si usavano i fogli uso bollo, mentre oggi si usano i fogli di un programma di videoscrittura, e pur con qualche difficoltà ad abbandonare lo sfondo a righe, l'abitudine si è ridotta drasticamente nel recente periodo. La forma dell'atto ha seguito lo strumento, e l'avvocato ha dovuto scrivere tenendo a mente i mezzi con cui l'atto sarebbe stato letto e lavorato. Ed è così che il citato foglio uso bollo, che delimitava il numero di righe su cui era calcolata l'imposta di bollo, è divenuto via via irrilevante perché estraneo allo strumento digitale. Oggi quel lettore può essere una macchina prima ancora che il giudice, e il metodo non cambia, ma si estende a un destinatario in più.

Non cambia nemmeno il ruolo dell'avvocato, che resta l'autore della lettura. È lui a ricavare dalla disposizione la norma applicabile al caso concreto, a decidere che cosa nell'atto debba restare fermo e che cosa possa essere detto in modo più semplice, e a rispondere dell'esito, come mostra la giurisprudenza richiamata. Lo strumento offre formulazioni, ma non compie la lettura. Resta fermo che la semplificazione può eliminare l’ambiguità che ostacola la comprensione, ma non ogni margine di indeterminatezza della forma, perché è in quel margine che l’atto lascia spazio all’interpretazione e all’adattamento della norma al caso concreto. Il legal design è, in questo senso, il modo in cui quella lettura giunge a chi deve leggere l'atto, sia esso il giudice, il cliente o la macchina.

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