GIUSTIZIA PREDITTIVA: RISCHI, VANTAGGI E UN MODELLO ITALIANO

di Marco Martorana

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Da alcuni anni ha preso piede la c.d. prediction technology o giustizia predittiva, un modo di applicare il diritto sfruttando l’intelligenza artificiale.

Lo scopo è prevedere le decisioni giurisdizionali mediante algoritmi “addestrati" all’analisi di database contenenti precedenti ed altre informazioni utili ad aumentare il grado di certezza del diritto e la qualità delle decisioni, nonché risolvere altri problemi della giustizia come i lunghi tempi processuali. 

In questo contesto, non mancano gli esempi.

La Francia ha messo a punto diversi progetti per il calcolo di probabilità delle sentenze. Ancora prima, la Corte Suprema del Wisconsin ha legittimato l’uso degli algoritmi nel caso Loomis, divenuto celebre per aver evidenziato alcuni dei problemi dell’intelligenza artificiale (IA) applicata alla giustizia. 

Proprio quest’ultimo aspetto è preliminare a qualunque analisi delle iniziative in corso fuori e dentro i confini del nostro Paese.

I due volti della giustizia predittiva

Le diverse start-up create negli anni hanno cercato di sfruttare i vantaggi dell’IA, che ci permette di analizzare quali benefici potrebbe portare alla giustizia.

Lex Machina, creata nel 2008, è uno strumento con una varietà di funzioni per aiutare gli avvocati ad impostare la strategia.

La sua articolazione, Timing Analytics, usa la tecnologia per stimare i tempi processuali, aiutare gli utenti a selezionare gli avvocati rispetto alla loro esperienza e prevedere le possibilità di successo davanti a un giudice o a un tribunale.

La funzione Judge Dashboard della compagnia Ravel Law, invece, contiene casi, citazioni, schemi e decisioni di un giudice specifico per poter supportare gli avvocati a capire come potrà decidere su un caso. Orbene, da questo vediamo che gli algoritmi, se correttamente progettati e applicati ad un database ricco e trasparente, possono facilitare il lavoro dei professionisti e aumentare la qualità del sistema. Quest’ultima precisazione è fondamentale, perché introduce l’altro volto della giustizia predittiva. 

In primo luogo, una banca dati di bassa qualità e poco trasparente può creare molti problemi. 

Il caso Loomis è un esempio, testimoniando le derive discriminatorie che può avere l’IA se usata su informazioni sbagliate, come la razza. Allo stesso modo, le applicazioni alle misure cautelari avvenute negli USA hanno riconfermato la penalizzazione delle minoranze etniche e delle classi sociali povere in virtù di algoritmi addestrati più all’analisi meccanica che all’interpretazione del caso e banche dati con informazioni troppo focalizzate sulle caratteristiche dei soggetti.

Un modello italiano di giustizia predittiva?

Nel nostro Paese abbiamo diversi progetti finalizzati all’introduzione dell’IA nella giustizia.

La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha messo a punto la prima piattaforma di giustizia predittiva, con un progetto che mira a sviluppare un metodo di analisi della giurisprudenza coniugando machine learning e analisi dei big data.

Fornita una banca dati aggiornata tramite l’annotazione semantica delle pronunce e “addestrati” gli algoritmi, sarà possibile valutare i possibili esiti e i tempi processuali.

La piattaforma dovrebbe essere in grado, più avanti, di compiere un ragionamento giuridico completo e preciso.

Un altro caso italiano è quello della Corte d’Appello di Brescia, che ha messo a punto un progetto per mettere a disposizione di tutti i professionisti del diritto un database curato e trasparente, da cui possano emergere orientamenti giurisprudenziali, casistiche ed altri elementi utili ad anticipare i tempi processuali e adottare le opportune decisioni.

Le iniziative non mancano ed è molta la volontà di rivoluzionare la giustizia mirando a livelli più alti di qualità.

I primi a beneficiarne però devono essere gli utenti, ossia i cittadini che accedono alla giustizia. Ebbene, quest’ultimo punto sta alla base della considerazione che seppure la tecnologia potrebbe già aiutare i professionisti nello studio dei casi in vista dei processi, è ancora presto per aspettarsi sentenze totalmente basate sugli algoritmi. 

Anzi, al momento, il giudice “uomo” è ancora indispensabile.

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