Società agricole di persone e diritto di prelazione/riscatto di fondo rustico

di Silvia Vangelisti

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In virtù dell’art. 2, comma 3, del D. Lgs n. 99/2004, il diritto di prelazione e riscatto agrario di cui agli artt. 8 della L. 590/65 e 7 della L. 871/71 è stato esteso alle società agricole di persone, qualora almeno la metà dei soci sia in possesso della qualifica di coltivatore diretto, come risultante dall'iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese di cui all’art. 2188 e seguenti del codice civile. 

Ebbene, la società agricola di persone che intenda esercitare il diritto di prelazione o riscatto agrario come deve dimostrare la qualifica di coltivatore diretto dei (almeno la metà) suoi soci?

Con l'ordinanza n. 6302 del 5.3.2019 la Corte di Cassazione ha affermato un nuovo principio relativamente alla prova della sussistenza della qualifica di coltivatore diretto nelle società agricole di persone.

Il caso in esame

Con ricorso alla Suprema Corte di Cassazione una società agricola di persone lamentava che la Corte d'Appello avesse errato nel considerare requisito ostativo dirimente al riscatto agrario esercitato, l'omessa indicazione nella sezione speciale del registro delle imprese della qualifica di coltivatore diretto di almeno uno dei due soci che componevano la società. 

In particolare, la società ricorrente rilevava come la Corte d'Appello avesse dato preminente rilievo alla tutela del terzo acquirente, preferendo un'interpretazione formalistica dell’art. 2, comma 3, D. Lgs  n. 99/200, in contrasto sia con la ratio della norma stessa (favorire il riconoscimento e l'esercizio del diritto di prelazione), sia con l'art. 3 della Costituzione per disparità di trattamento tra il coltivatore diretto esercente la sua attività come singolo (titolare del diritto di prelazione/riscatto agrario a prescindere dall’iscrizione della qualifica di coltivare diretto nel registro delle imprese) e il coltivatore diretto esercente l'attività all'interno di una società di persone di cui sia socio (titolare del diritto di prelazione/riscatto agrario a condizione di detta iscrizione).

La società agricola ricorrente denunciava inoltre la violazione e falsa applicazione dell'art. 2188 – comma 1 c.c., avendo la Corte d'Appello errato nel ritenere requisito essenziale per il riscatto agrario la detta iscrizione nel registro delle imprese e quindi assegnato una valenza costitutiva all'iscrizione in parola, nonché la violazione e falsa applicazione degli artt. 2193 e 2727, avendo la Corte medesima erroneamente ritenuto che la norma di cui all’art. 2, comma 3, del D. Lgs. n. 99/2004 prevedesse una presunzione iuris et de iure e che quindi fosse da considerarsi speciale e derogatoria rispetto a quella di cui all’art. 2193 c.c.

Nel rigettare il ricorso la Corte di Cassazione ha statuito che la norma di cui all’art. 2, comma 3, D.Lgs n. 99/2004 ha portata derogatoria rispetto alla disciplina codicistica di cui all'art. 2193 c.c., con la conseguenza che l’omessa indicazione della qualifica di coltivatore diretto dei (almeno la metà) soci nella sezione speciale del registro delle imprese sia ostativa all’accoglimento della domanda di prelazione o riscatto agrario di una società agricola di persone.

Per la Corte, siffatta interpretazione è fondata sul chiaro ed univoco tenore letterale della norma, che richiede espressamente l’iscrizione e non prevede in alcun modo la possibilità di dimostrare aliunde il possesso del requisito della qualifica di coltivatore diretto dei soci, e deve ritenersi in linea con la ratio della stessa: coniugare il riconoscimento dello sviluppo della forma societaria in agricoltura con la tutela del terzo acquirente, estendendo sì alla società agricola il diritto di prelazione/riscatto agrario spettante ai coltivatori diretti singoli, ma solo alla condizione che almeno metà dei soci siano coltivatori diretti e che tale qualifica, proprio a tutela del terzo acquirente, risulti dall'iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese di cui all'art. 2188 c.c.

Il differente trattamento tra il coltivatore diretto che eserciti la sua attività quale singolo -che deve dimostrare in concreto la diretta coltivazione del fondo senza che essa possa presumersi dai certificati previdenziali o da altri atti amministrativi- e quello che la esercenti all'interno di una società di persone di cui faccia parte quale socio, continua la Corte, è determinato proprio dall'esercizio in forma societaria dell'attività di coltivatore diretto, che, come tale, impone a tutela del terzo acquirente e della libera circolazione dei beni, una più immediata e certa conoscenza dell'eventuale qualifica di coltivatore diretto dei soci e, conseguentemente, del diritto di prelazione/riscatto agrario in capo alla società. 

Avv. Silvia Vangelisti – Foro di Padova 

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